LAVORI IN CORSO

DOPO QUALCHE MESE DI SILENZIO IL BLOG STA TORNANDO ALLA NORMALE ATTIVITA'. LE PUNTATE DI "PASSAGGIO A SUD EST", GLI SPECIALI E LE INTERVISTE NON PUBBLICATE SONO COMUNQUE REPERIBILI SUL SITO DI RADIORADICALE.IT

giovedì 20 novembre 2014

"I BASTARDI DI SARAJEVO": INTERVISTA A LUCA LEONE

"I bastardi di Sarajevo" (Infinito Edizioni) è l'ultima fatica editoriale di Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore. Il suo primo romanzo, dopo tanti saggi, per raccontare la realtà di Sarajevo e della Bosnia di oggi: un Paese e la sua capitale prede della corruzione politica interna e internazionale, in cui èsempre più difficile avere speranze per il futuro.
  

Ascolta qui l'intervista a Luca Leone





I BASTARDI DI SARAJEVO
Una città in balìa della corruzione, un Paese senza speranze di futuro, il fantasma del passato che torna dall’Italia
Prefazione di Riccardo Noury. Introduzione di Silvio Ziliotto. Postfazione di Eldina Pleho

Leggi la prefazione

Acquistabile in libreria o direttamente sul sito di Infinito Edizioni

mercoledì 19 novembre 2014

ROSE BIANCHE PER LE CROCI DI VUKOVAR

Vukovar: il memoriale di Ovcara
Anche quest'anno la Croazia si è fermata per commemorare la caduta di Vukovar, la “città martire” che fu conquistata dall'esercito federale jugoslavo (in realtà ormai solo serbo) il 18 novembre del 1991 dopo tre mesi di assedio martellante e dove le milizie paramilitari serbe si abbandonarono a violenze di ogni tipo contro i difensori della città e la popolazione civile superstite. Alla normale emozione che accompagna ogni anno in Croazia la commemorazione, quest'anno si aggiunge il clima politico piuttosto teso in vista delle ormai imminenti elezioni presidenziali (non ancora ufficialmente fissate ma previste per la fine di dicembre o più probabilmente per gennaio) e delle elezioni parlamentari del 2015.
La crisi economica continua a farsi sentire e l'opposizione di centro-destra, guidata dal Hdz, al momento in testa nei sondaggi, cerca in tutti modi di sfruttare la situazione per mettere in difficoltà il governo socialdemocratico di Zoran Milanovic, messo sotto pressione da Bruxelles che spinge sui tagli e sulle riforme, e il presidente Ivo Josipovic, che ha già manifestato per tempo la sua decisione di candidarsi per un secondo mandato.
A questo si aggiunge la questione dei veterani della guerra che da alcune settimane protestano (alcuni con lo sciopero della fame, mentre un altro ha tentato di darsi fuoco) chiedendo le dimissioni del ministro competente, a sua volta reduce di Vukovar, prigioniero in un campo di concentramento serbo dove fu torturato, e del suo vice, Bojan Glavasevic, figlio del giornalista che fu ucciso nel massacro di Ovcara il cui nome e' un simbolo della guerra, che si è trovato al centro di una polemica strumentale per alcune sue dichiarazioni riprese fuori contesto da alcuni organi di stampa. Il tutto è più o meno coinciso con l'arresto di Milan Bandic, sindaco di Zagabria e uno dei più potenti politici croati.
Infine, la scorsa settimana, il rientro a Belgrado di Vojislav Seselj, leader ultranazionalista sotto processo davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia con l'accusa di omicidio, atti inumani, persecuzioni per motivi politici, razziali e religiosi, sterminio e attacchi contro civili nei territori di Croazia e Bosnia. Seselj è stata posto in libertà condizionata per motivi di salute dopo oltre 11 anni di detenzione preventiva. Una decisione, quella del Tpi, che ha provocato reazioni fortemente negative in Croazia.

Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora sulla commemorazione della caduta di Vukovar andata in onda ieri nel corso del notiziario serale di Radio Radicale.

Rose bianche per le croci di Vukovar
di Marina Szikora
Come ogni anno, dalla fine della guerra di occupazione degli anni novanta, la Croazia commemora la caduta della citta' simbolica di questa guerra, la citta' martire, Vukovar. Una vicenda questa che e' stata tra le peggiori della guerra contro la Croazia, una vicenda e una citta' che riguardano anche l'impegno ormai storico dei radicali transnazionali di Emma Bonino e Marco Pannella per il riconoscimento delle ex repubbliche jugoslave. Ma forse come mai prima dalla fine di queste guerre, che rendono l'intera regione ancora cosi' vulnerabile, pero' desiderosa di impegnarsi a superare il male del passato e garantire la stabilita' odierna di tutta l'area, forse come mai prima, la commemorazione della caduta di Vukovar e dei massacri di Ovcara, sentono oggi di fallita giustizia internazionale. E come si suol dire in questi giorni in Croazia e non solo, le vittime di Vukovar, Ovcara, Osijek, Dubrovnik e molte altre, sono morte ancora una volta con la decisione inspiegabile del Tribunale dell'Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia di rilasciare il criminale di guerra, l'ultranazionalista radicale serbo, Vojislav Seselj. Una decisione questa dei giudici dell'Aja, dovuta, come la si giustifica, alla salute precaria dell'imputato. Ma invece delle cure adeguate in Serbia, Seselj torna a Belgrado con il suono delle fanfare di vittoria tra i suoi numerosi seguaci. Una vittoria di Piro, l'hanno commentata alcuni, ma per la Croazia una facenda vergognosa che ha permesso ad un progetto folle di tornare in piazza e per le strade della Serbia. Il progetto della Grande Serbia, cosi' spesso invocato da Seselj, durante la guerra, ma anche nei lunghi anni della sua permanenza all'Aja, oltre 11 anni, in un processo senza fine e da lui stesso disprezzato.

martedì 18 novembre 2014

VUKOVAR E L'IMBROGLIO ETNICO

Ventitre anni fa cadeva la città croata di Vukovar dopo quasi tre mesi di pesante assedio da parte dell'esercito ancora ufficialmente federale jugoslavo ma di fatto serbo, e delle milizie paramilitari - le "Aquile bianche" e le "Tigri" del Comandante Arkan - che nei giorni seguenti si resero responsabili di una feroce pulizia etnica. Tutt'oggi Vukovar è considerata dai croati "città martire" della guerra e il suo nome appare sempre nel triste rosario delle località teatro dei crimini contro l'umanità compiuti durante le guerre jugoslave degli anni '90. Tuttavia, quella etnica è solo una delle chiavi per comprendere la natura dei conflitti che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia. I popoli balcanici erano divisi, certo, ma quanto ha pesato la propaganda nazionalista, la manipolazione della storia e l'uso distorto delle mitologie nel far esplodere in maniera tragica la ormai irreversibile crisi del sistema titino? Quella etnica è stata certamente una componente, ma non ne è stata la causa che va ricercata, invece, nei giochi di potere e negli interessi di politici senza scrupoli, dentro e fuori i Balcani.

In occasione dell'anniversario della caduta di Vukovar, come utile elemento di riflessione, riporto qui di seguito l'articolo di Matteo Zola pubblicato due anni fa su Eastjournal,net

Quando i serbi sparavano sui serbi. Vukovar e l’imbroglio etnico
di Matteo Zola - 17 ottobre 2012
Quello di Vukovar non fu un assedio, fu un sacrificio rituale, un urbicidio. Fu il trionfo dell’inganno, il giro di valzer del gran ballo in maschera dove demoni e lupi danzavano sulle macerie della Jugoslavia. La storia ci racconta che Vukovar, città che in quel 1991 di guerra era al 44% croata e al 37% serba (il resto si divideva in sedici nazionalità minori, tra cui la tedesca, la magiara e l’italiana), fu assediata dalle truppe dell’Armata Popolare (l’esercito jugoslavo, nda) che presto lasciò il campo ai paramilitari serbi di Arkan e Seselj, le famigerate Tigri e Aquile bianche. L’esito fu un eccidio e un esodo dei croati dalla “loro” città mentre, il 17 novembre 1991, i serbi entravano tra le macerie di Vukovar. Poi, all’alba del 4 agosto 1995, la città veniva “riconquistata” dai croati che, a loro volta, si abbandoneranno alla pulizia etnica nei confronti della popolazione serba. Una doppia pulizia etnica che ha, di fatto, consacrato la chiave di lettura “razziale” del conflitto jugoslavo. Certo i crimini ci sono stati, ambo le parti, ma la chiave di lettura etnica convince poco. Vediamo perché.

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COSA C'E' SU RASSEGNA EST




Articoli, grafici e analisi usciti nell'ultima settimana su Rassegna Est 
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La sorpresa delle urne

Alle presidenziali romene vince Klaus Iohannis, che batte a sorpresa il premier in carica Victor Ponta. Un voto “contro”, malgrado il buon andamento dell'economia. Ne abbiamo scritto dopo e prima che le urne si chiudessero.

Skoda, Dacia e le altre La casata automobilistica ceca e quella romena, rilevate da Volkswagen e Renault, hanno avuto un grande successo negli ultimi anni. Non così i modelli Lada, di produzione russa. 
Una panoramica sui marchi dell'Est.

La nuova guerra fredda? È scoppiata dieci anni fa
Ucraina spaccata, Caucaso a brandelli, grande gioco in Asia centrale. La competizione tra Russia e Occidente è partita in sordina, dieci anni fa. Ma già allora tutto era chiaro. Riproponiamo un nostro vecchio articolo, uscito nel 2004 sulCorriere del Ticino.

Banca dati Previsioni di crescita 2014-2019, indici di competitività, export e import, bandi pubblici, presenza italiana, fisco. Tutto quello che c'è da sapere sulle economie dell'Est, per capirne l'evoluzione. Un servizio per le aziende, ma non solo. 


Croazia e Ungheria: scontro all'ultimo barile
Zagabria rivuole il controllo di Ina, la compagnia petrolifera passata agli ungheresi di Mol. Scontro energetico, politico e strategico. Ne scriviamo su Osservatorio Balcani e Caucaso.

Quando l'export è tecno
Un grafico sul peso dei prodotti ICT sul totale delle esportazioni nei dieci paesi dell'Est dove l'Italia è più presente. La parte del leone spetta all'Europa centrale.

La marcia dei venticinque anni
Il Fondo monetario internazionale dedica una ricarca alle transizioni a Est. Bilancio positivo. La sintesi del rapporto.

Serbia contro Albania. Oppure no
Droni, Kosovo, background di rapporti tesi. Ma tra Belgrado e Tirana, senza clamori mediatici, si sta costruendo anche una solida relazione economica. Limes ha ripreso il nostro articolo.

L'Ostalgia al potere
Il made e il bord in Ddr che si sono affermati nella Germania riunificata. Articolo pubblicato da Europa.

IL RITORNO DI SESELJ

Seselj e Arkan all'epoca delle guerre jugoslave
Vojislav Šešelj, leader ultranazionalista del Partito radicale serbo (Srs), sotto processo per crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi durante le guerre jugoslave degli anni '90, è tornato a Belgrado il 12 novembre scorso dopo che il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ne ha ordinato la libertà provvisoria per motivi di salute e per permettergli di essere curato in Serbia. Šešelj, che ha 60 anni, era detenuto nel carcere internazionale di Scheveningen (L'Aja) dal 2003 mentre le sentenza del processo che lo vede imputato è attesa non prima del prossimo anno.

I medici serbi che lo hanno in cura hanno dichiarato che è ammalato di tumore al colon che si sarebbe diffuso anche al fegato. Secondo quanto stabilito dai giudici del Tpi, Šešelj non dovrà interferire con le vittime o i testimoni coinvolti nel processo a suo carico e dovrà far rientro al tribunale quando richiesto. E' però innegabile che il suo ritorno in libertà (seppure condizionata) mentre il processo non è ancora giunto a conclusione a 11 anni da suo inizio, rappresenta, come nel caso di Slobodan Milosevic, morto in carcere, una sconfitta per il Tpi e per la giustizia internazionale.

È probabile che Šešelj cercherà ora di rilanciare il Srs, rimasto ormai fuori del parlamento e pesantemente ridimensionato a favore del Partito serbo del progresso (Sns) dell'attuale presidente Tomislav Nikolic, ex braccio destro di Seselj, e del premier Aleksandar Vucic. Il tentativo potrebbe anche ottenere qualche successo, considerando che due anni di governo del Sns ha deluso una parte degli elettori nazionalisti, ma molti esponenti del Srs si sono nel frattempo piazzati in posti chiave, mentre quelli rimasti fedeli a Šešelj sono fuori dal sistema.

Centinaia di suoi sostenitori si sono recati all'aeroporto in cui è atterrato il volo proveniente da Amsterdam e hanno poi manifestato nel centro di Belgrado in favore di Seselj.

Vedi la fotostoria pubblicata da TPortal,hr

RADIO FREE EUROPE TRASMETTE ANCORA

Un reportage di Matteo Tacconi del 2009 da Praga sulla storica emittente della "Guerra fredda"


Solidarność e Lech Wałeşa, l’Ostpolitik di Willi Brandt, la compattezza granitica della Nato, il processo d’integrazione europeo, Karol Wojtyla, la perestrojka e la glasnost di Mikhail Gorbaciov, l’incessante contributo politico e ideale dell’America. La carrellata degli attori e dei fattori che hanno portato alla caduta del Muro di Berlino è ricca. Ma nell’almanacco dei protagonisti della vittoria dell’Ovest sull’Est va inclusa anche Radio Free Europe. Ecco perché.

Siamo a Praga, la capitale della Repubblica ceca. È da qui che Radio Free Europe/Radio Liberty (nel 1976 ci fu la fusione tra le due emittenti) continua a essere operativa. Già, perché se è vero che la Cortina di ferro si è squagliata ormai da vent’anni e l’Urss è rovinosamente capitolata da diciotto, facendo venire meno la missione storica per cui le radio, prima distintamente poi insieme, sono state conosciute e apprezzate, è altrettanto evidente che ci sono altre cortine da sfondare, altri Paesi dove diffondere sulle onde medie un messaggio di libertà e democrazia. Nell’Asia centrale e nel versante settentrionale del Caucaso la sorveglianza dei governanti sui “sudditi” è infatti serrata, come una volta nell’Est. In Russia, l’era Putin ha riportato indietro le lancette della storia. Insomma, Radio Free Europe/Radio Liberty serve ancora.

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lunedì 17 novembre 2014

ROMANIA: IL NUOVO PRESIDENTE E' IOHANNIS. SCONFITTO PONTA (E I SONDAGGISTI)

Klaus Iohannis, sindaco di Sibiu ed esponente della minoranza tedesca, è il nuovo presidente della Romania. Una vittoria a sorpresa che smentisce i sondaggi che anche alla vigilia del voto davano per vincente il premier socialdemocratico Victor Ponta. Da notare che il 55% dei voti per Iohannis sono più o meno la percentuale che le rilevazioni attribuivano a Ponta che, da parte sua, ha invece incrementato appena i voti del primo turno (dal 40 al 45%). Una vittoria storica per il leader liberale che in solo due settimane è riuscito a recuperare uno svantaggio enorme e ad infliggere a Ponta un distacco pari al vantaggio che quest'ultimo aveva sul neo presidente dopo il primo turno.

I primi commenti attribuiscono la disastrosa performance di Ponta alla pessima gestione del voto dei romeni all'estero. La comunità romena che vive fuori dai confini del Paese, infatti, ha votato in maggioranza per Iohannis e anche in Romania la solidarietà per gli emigrati a cui era stato in pratica negato il voto nel primo turno ha avuto un peso non secondario: migliaia di persone sono scese in piazza anche ieri per chiedere che venisse prolungato il termine di voto per l'estero, dove moltissimi romeni sono stati in coda ore per esprimere il proprio voto (con momenti di tensione e tafferugli a Parigi e a Torino). Il totale dei votanti della diaspora (360 mila), che conta più di tre milioni di persone, è stato più del doppio del primo turno quando erano andati alle urne in 150 mila. L'affluenza più alta è stata registrata in Italia, in Spagna, Moldova, Gran Bretagna, Germania e Francia.

LA VISITA DI RAMA A BELGRADO. TRA ALBANIA E SERBIA C'E' DI MEZZO IL KOSOVO?

Il fuori programma delle sue dichiarazioni sul Kosovo ha rischiato di far fallire la storica visita a Belgrado, ma nonostante la tensione le relazioni bilaterali non sono a rischio.

Edi Rama e Aleksandar Vucic
Di Marina Szikora
Le parole del premier albanese Edi Rama a Belgrado appena pronunciate hanno suscitato la smorfia del premier serbo Aleksandar Vucic e la sua durissima replica. “L'indipendenza del Kosovo e' una realta' e prima la Serbia lo accettera', piu' velocemente la regione andra' avanti”, cosi' il premier albanese, forse in modo inaspettato, ma dall'altra parte, come ha osservato il corrispondente croato da Belgrado, nessuno poteva essere cosi' ingenuo di non immaginare che Edi Rama avrebbe utilizzato proprio questa occasione per ribadire la sua posizione e per non far dimenticare a nessuno la solidarieta' degli albanesi, quale che sia il paese al quale appartengono. Per Vucic, almeno di come potevano registrarlo le telecamere, e' stata una brutta sorpresa e qualcosa che, come aveva detto, non e' stato annunciato in nessuno degli talking point di questa visita che si annunciava storica. E sull'inevitabile tema della recente partita che si e' conclusa con il ben noto incidente con la bandiera e le violenze sullo stadio di Belgrado, Rama ha detto: “Non siamo nemici, i nostri nemici comuni sono la poverta', mancanza di prospettiva per i giovani e un grande debito pubblico”. L'invito al suo omologo serbo, di visitare l'anno prossimo l'Albania non e' mancato e per gli albanesi della valle di Presevo, Rama ha detto che possono essere il ponte di collaborazione tra la Serbia e l'Albania.

Rama si e' presentato come un avvocato dell'indipendenza kosovara e Vucic lo ha qualificato come una provocazione. I due premier non dovrebbero discutere “del” Kosovo, bensi' “con” il Kosovo, e' dell'opinione Dragoslav Dedovic, corrispondente della Deutsche Welle sezione serba. Nel suo commento il giornalista si chiede che cosa c'e' di storico nell'incontro Vucic-Rama? E risponde che una dimensione storica vi e' soltanto nel ritardo di quasi un intero secolo. Loro due sono i primi rappresentanti democraticamente eletti di due popoli che si sono decisi ad un incontro bilaterale, Belgrado e Tirana si trovano a due ore di volo da Bruxelles o da Berlino, ma le lontananze politiche ed emotive di queste destinazioni si misurano con anni di luce. Una stretta di mano cordiale con qualcuno che vedi come un nemico solido e un po' di presunzione balcanica e' meglio che nulla, afferma il giornalista della DW e aggiunge che meglio prima che mai. Questo incontro non risolevera' pero' i problemi accumulati, afferma. Pristina sembra essere piena di sex appeal anche se si tratta del piu' povero paese in Europa. Sia Belgrado che Tirana ripetono la stessa formula che Bruxelles ascolta volentieri: rispettiamo i confini immutabili! Con il fatto che la Serbia ritiene di confinare con l'Albania mentre l'Albania ritiene di confinare con il Kosovo, scrive la Deutsche Welle.

SESELJ TORNA A BELGRADO PER SCONFIGGERE I DUE 'CANCRI' NIKOLIC E VUCIC

Vojislav Seselj
Di Marina Szikora
In coincidenza, più o meno, con la partenza da Belgrado del premier albanese Edi Rama, protagonista di uno scontro con il suo omologo serbo Alksandar Vucic a proposito del Kosovo, ecco l'arrivo di un'altra grana pesante per la leadership serba: il ritorno, dopo 11 anni di carcere, di Vojislav Seselj, leader dell'estremo radicalismo nazionalista serbo, sotto processo davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il quotidiano serbo 'Politika' in vista dell'arrivo di Seselj a Belgrado si e' chiesto chi e' che attende Seselj? E scrive che Seselj alla fine ritorna in paese: molto piu' tardi di quanto i suoi fedeli ma poi ridimensionati seguaci politici lo avevano sperato, e comunque prima di quanto se lo aspettavano quelli che lo avevano scortato e salutato in partenza da Belgrado. Il giornale ricorda che i resti dei resti del partito politico serbo che una volta era il piu' potente e maggior organizzato partito negli ultimi anni, alludendo all'ultranazionalista Partito Radicale Serbo, spesso gridavano con manifesti annunciando un rientro trionfale del loro leader dall'Aja. Spesso sembravano tragicomici con sempre la stessa iconografia e con sempre gli stessi preannunci, scrive 'Politika', ma osserva che Seselj non soltanto non attendeva la Serbia, ma ad attenderlo hanno rinunciato nel frattempo anche alcuni dei suoi piu' stretti collaboratori, alludendo proprio alle massime cariche dell'attuale stato serbo. E secondo il giornale di Belgrado, il ritorno di Seselj adesso e' comunque una specie di ritorno da vincitore anche se forse “ferito a morte”. Non bisogna dimenticare che Seselj non ha mai riconosciuto il Tribunale dell'Aja e le sue regole, non ha mai inoltrato la domanda di essere liberato prima del tempo, come nemmeno accettato “le garanzie” e le condizioni delle autorita' serbe. Alla fine hanno dovuto rilasciarlo senza ancora una sentenza.


"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 16 novembre


Albania
La visita del premier Edi Rama a Belgrado, i commenti, le polemiche politiche, le analisi degli esperti sullo stato delle relazioni con la Serbia

Kosovo
I giornali kosovari continuano a parlare del presunto scandalo e dell'inchiesta sulla missione civile europea Eulex dopo le dichiarazioni dell'ex procuratrice Maria Bamieh.